Le ballerine lo sanno fare benissimo. Ma lo sa far bene anche chi agisce con prudenza e discrezione. E chi osa, alzando lo sguardo e tenendo la schiena dritta, per vedere un po’ più in là. Stare sulle punte dei piedi non è facile. Eppure lei, la regione calabrese, lo fa da sempre, per natura e per cultura. E il Bob Fest ha dimostrato come si possa stare perfettamente in equilibrio, sfidando i cliché e fidandosi del futuro
Roccella Jonica. Ore 8.20. Il sole è alto. Il cielo è calmo. L’aria profuma di gioia e d’attesa. Nel bar della stazione qualcuno beve un caffè, chiacchierando sotto gli alberi dalla chioma squadrata, frutto di una meticolosa ars topiaria. Sono in anticipo. Ci sarà una toilette vicino ai binari? C’è, ed è pure aperta e spaziosa, pare uno specchio. “Cerchiamo di fare del nostro meglio per tenere i bagni sempre puliti”, sussurrano i due addetti ai servizi. Il regionale per Reggio Calabria arriva, puntuale alle 8.43. Ha solo due carrozze. Due. Con me sale una signora elegante e distinta. Ci sediamo vicine. “Sono di Parma, ma da qualche anno vivo qui. Tutta colpa del Roccella Jazz Festival (in programma dal 23 al 31 agosto, ndr). Mi innamorai talmente tanto di questo posto che decisi di trasferirmi. Qui la gente è autentica. Durante il lockdown trovai una sorpresa dentro la spesa. E un giorno, un pescatore locale mi portò il pesce fresco davanti alla porta di casa”, mi racconta emozionata Antonella Iaschi. Scrittrice sensibile e poetica. Scende a Siderno. Io proseguo. Locri, Bovalino, Bianco, Brancaleone, Bova Marina. Da un lato l’incontaminato Aspromonte, dall’altro la costa, azzurra e selvaggia, mi sfreccia lenta davanti agli occhiali, fra palme, mare e sassi. Mentre il treno pare imbastire la punta d’Italia, quasi fosse un ago col suo filo. “Reggio Calabria”, annunciano con qualche minuto di anticipo sulla tabella di marcia. Prossimo step: il volo su Milano. Autobus o taxi? Opto per il secondo. Bruno è il primo della fila. Mi apre la porta. Sale anche la moglie Francesca, ex infermiera psichiatrica. “Mio marito fa questo lavoro con passione da più di quarant’anni. È attento e preciso”, dice lei. Parlano: dei figli, dei sacrifici, della città. “Finalmente stanno rinnovando l’aeroporto. È comodo, anche per chi deve andare a Messina”, continua fiera Francesca. In effetti lo scalo rivela il suo essere un cantiere, un working in progress. “Desidera che le stampi la carta d’imbarco”, mi chiede cortese una hostess. Intanto Ita Airways imbarca, in anticipo. Arrivo a Linate, in anticipo. Calabria straordinaria.
Un festival (volutamente) itinerante
Calabria. Raggiante, esuberante, assolata. Gentilmente esagerata. Calabria da scoprire, annusare, assaporare, toccare, vivere. Ma anche Calabria che sa creare, costruire, fare. Persino i miracoli. Lo sa bene un suo anfitrione come Roberto Davanzo: Bob per chi lo conosce bene. Alla guida di quell’insegna che a Montepaone (in provincia di Catanzaro) sfoggia con saggezza i Tre Spicchi del Gambero Rosso: Bob Alchimia a Spicchi. Non solo. Perché Bob è pure autore e fautore – insieme alla moglie Anna Rotella, a Silvia (sorella di Anna), ad Alessandra Molinaro e a Rino Gemelli – di quel festival collettivo, corale e plurale che va sotto il nome di Bob Fest. “Bob come acronimo di Band of Brothers”, tiene a precisare lui. Ribadendo lo spirito aperto, libero, inclusivo, interattivo e democratico di una kermesse divenuta un vero cult. Al punto da richiamare personaggi di spicco come Albert Adrià, Andoni Luis Aduriz, Tala Bashmi e Aya Yamamoto. Un festival culturale, orgogliosamente nomade. Perché il fine è quello di comunicare la grande bellezza della Calabria, nutrita da storia e natura, borghi e coste. “Lo scorso anno abbiamo inaugurato un nuovo format del Bob Fest: itinerante, ambizioso, pensato per valorizzare l’intera regione. Come ogni inizio, è stato accompagnato da dubbi, incertezze, timori. Non avremmo mai immaginato che, nel giro di così poco tempo, il festival potesse raggiungere questa maturità, consacrandosi come uno degli appuntamenti più significativi del panorama enogastronomico nazionale. Ogni edizione, spostandosi in una nuova location, rappresenta una ripartenza: una sfida organizzativa che implica ricominciare da capo, senza automatismi, con tutte le complessità che comporta e la responsabilità di custodire un’identità in movimento. Ma dopo Roccella, non abbiamo più dubbi: ci vediamo nel 2026. Ancora una volta, da un altro angolo di Calabria”, spiegano Silvia e Alessandra, capitane di Timo Studio Enogastronomico.
Roccella Jonica, caput mundi
Così, dopo aver animato il Parco archeologico nazionale di Scolacium a Roccelletta di Borgia, quest’anno la manifestazione ha cambiato scenario, conquistando per tre giorni, dal 28 al 30 giugno, la bella Roccella Jonica, perla della Riviera dei Gelsomini. I numeri parlano chiaro: tremila presenze, seicento professionisti della ristorazione ad animare il tutto (fra chef, pizzaioli, pasticcieri, produttori, vignaioli e bartender) e 2,6 milioni di visualizzazioni sui social nella sola settimana del festival. Scandito in più parti e in più atti. Per fare emergere le tante anime e le tante voci non solo della cittadina, ma pure della Calabria intera. Intessendo cibo, musica, arte, relazioni e connessioni. Specialmente nella serata clou del 29 giugno: andata in onda (è il caso di dirlo) al Porto delle Grazie. Fra barche, banchine e molo. Con l’Aspromonte a far da sentinella e con i pini marittimi, le agavi e i fichi d’india a completare il fluttuante quadro. Mosso e scosso dalla gente, felice di mangiare, pronta a ballare. Al ritmo del sound coreografico, trascinante ed elettrizzante di una marching band come la Orkestrana Orkestra, degli Inna Cantina, di Sarafine e dei Mundial. Mentre fra gli stand la regione faceva rumore con il suo sapore. Affidato all’estro di cuochi, lievitisti e artigiani (qui tutte le proposte). In un melting pot di sardelle e ricotta al bergamotto, peperone e peperoncino, ’nduja e soppressata, anice nero della Sila e mandorle di Amendolara, cipolla rossa di Tropea e ceci di Squillace, capra nicastrese e pecora moscia calabrese, pomodoro di Belmonte e riso di Sibari, caprino aspromontano e caciocavallo silano, liquirizia e limone di Rocca Imperiale. L’agrume che arricchisce pure la collection di gin Ginnastic (complici il cedro di Diamante e il pompelmo rosa della Piana di Sibari), mentre è la nera radice a dar vigore a un liquore quale Abracadabra. Figli del genio creativo di Ivano Trombino, patron di Vecchio Magazzino Doganale. Società agricola rurale con sede a Montalto Uffugo e alla regia dell’area mixology del Bob Fest.
Dal palco al campo
“Questa è l’eredità della Calabria. Queste sono le radici della Calabria. Una Calabria che se vogliamo possiamo e dobbiamo cambiare noi. Parlando il dialetto che ci rappresenta. Raccogliendo il grano, che è l’oro della terra. Facendo il pane, che ci unisce e che è benedetto”, dichiara dal palco del Bob Fest Franca Crudo: grembiule in vita, fazzoletto in testa e tante idee per la mente. Franca: ironica e istrionica imprenditrice agricola di Zungri (in provincia di Vibo Valentia), nonché presidente di Asfalantea – Il profumo della ginestra, community culturale impegnata nel difendere e nel reiterare le rurali tradizioni regionali. “Il pane è casa. È valore. Il pane non va sprecato. Eppure ne ho visto tantissimo finire nell’immondizia. Per questo, riprendendo le lavorazioni della nanna (la nonna, ndr), io ho deciso di impastarne quattro chili e mezzo alla volta, solo su prenotazione, vendendolo al giusto prezzo. Perché il prezzo è importante. Dà dignità a tutta la filiera: a chi coltiva il grano e a chi macina il grano; a chi fa il pane e a chi lo compra. Il giusto prezzo concede la libertà di rischiare”, afferma Monica Florio, che in quel di Cosenza, col suo PaneStorto, sfida cliché, regole e convenzioni. Anche aderendo all’iniziativa Adotta un Raccolto per Petra Evolutiva, concorrendo così a una Neogranìa veracemente, decisamente e fieramente calabrese. “Il progetto Neogranìa è il nostro contributo al risveglio e alla rinascita di questa regione. Che avrà il suo grano. Anzi, una popolazione evolutiva di grani, che verrà seminata il prossimo settembre”, annuncia, sempre dal palco, Piero Gabrieli, direttore marketing di Petra Molino Quaglia. “Sono vent’anni che cerchiamo di creare una rete. Per cambiare il mondo della panificazione, della pizzeria e della pasticceria. E adesso mettiamo tutto il nostro impegno per cambiare anche il modo di fare agricoltura”, aggiunge Chiara Quaglia, amministratore delegato del molino di Este. “Si tratta di un autentico progetto di filiera, che nulla ha a che fare con il commerciale. Per questo ho deciso di partecipare anche io”, rivela Roberto Davanzo. Il capofila dei dodici adottanti calabresi.
Il grano parlerà calabrese
Una magnifica dozzina di visionari professionisti. Pronti ad adottare, in totale, circa dodici ettari di campo: abitato da una popolazione di grano tenero evolutivo. Una nuova granìa, che, al pari di un’umana etnìa, si relazionerà con il suolo e con il clima, con il sole e con la luna, con il vento e con la pioggia, con il contesto e con il gesto di chi lo accudirà e se ne prenderà cura: l’azienda agricola Scrivano – Terre d’Altopiano, nel cuore della Sila e nei pressi del Lago Cecita. Laddove crescono le celeberrime patate e laddove la terra è feconda, fertile e generosa. A credere nel progetto, ormai diffuso in altre nove regioni d’Italia? Bob e Monica, ma anche due chef illuminati (e non solo dalla stella Michelin) come Luca Abbruzzino, al comando di Abbruzzino Oltre, a Lamezia Terme; e Antonio Biafora, alla guida di Hyle, a San Giovanni in Fiore, proprio nel Parco Nazionale della Sila. E ancora, Edrisi Auteri della pizzeria Edrì – Storie di Farina, a Rende, in landa cosentina; Rocco Caridi di Lievito, a Reggio Calabria; Ciccio Filippelli, alle redini di Duodecim, a Quattromila (Cosenza); Eugenio Iannelli di Agape, a Cetraro (Cosenza); Mattia Massimo di Fermento, a Guardia Piemontese (Cosenza); Anna e Salvatore Pittelli de L’Arte del Grano a Montepaone Lido e a Davoli (Catanzaro); Alessandro Plastina di Mimosa e Trecentogradi, a Corigliano-Rossano (Cosenza); nonché Antonio e Fiorella Staglianò di Morè, a Soverato (Catanzaro). Tutti diversi, ma tutti uguali. Tutti insieme per una Calabria sempre più coraggiosa, vulcanica, dinamica, testarda e straordinaria.
Fra storia e glamour
Calabria che si racconta. Svelando le sue tante facce. Quella più seriosa e riservata, e quella più gioiosa e festosa. Quella più tradizionale e quella più contemporanea. Quella più rurale e quella più glamour. Grazie a un “prequel” e a un “sequel” del fest vero e proprio. Protagonisti? Due spazi opposti e complementari, in una sorta di yin e yang di Roccella Jonica. Ecco allora da una parte il Castello Carafa, ambientazione della serata inaugurale, organizzata dall’associazione MarinAmo, con tanto di prodotti tipici in degustazione, canti e danze popolari, nonché la presenza dell’archeologo Francesco Cuteri e dello scultore-antropologo Antonio Tropiano. Un castello, un maniero massiccio e monumentale: tutelato dal Fai, costruito in epoca normanna, passato a diverse famiglie (sino a giungere sotto l’egida dei Carafa della Spina) e posizionato su un promontorio roccioso, a sorvegliare il mare. Un baluardo difensivo, inespugnabile. A tal punto da resistere persino agli assalti del corsaro turco Dragut Pascià, nel 1553. Un edificio imponente (oggetto di un sapiente intervento di restauro), pronto a concentrare lo spirito più solido e storico di Roccella. Che non cela la sua anima più cool. Rivelata nel day after, grazie a un party-brunch al Fiko Beach (che ha pure qualche suite). Della serie, quando la spiaggia sposa fascino e ricercatezza. In menu? La spontaneità più autentica, innervata da dj set, pasta con le sardelle, arancine con la ’nduja, polpette di melanzane, insalata di pomodori e cipolle rosse di Tropea, granite di mandorle e fichi e Wow Gin, prezioso di bergamotto e finger lime, entrambi coltivati in un agrumeto a Marina di Gioiosa Jonica. Senza tradire la Birra Cala. Che utilizza l’acqua del Parco Nazionale del Pollino e che affonda le sue radici a Scalea, lungo la Riviera dei Cedri. Non a caso, nella sua collection, compare pure la Citrusina, una blanche al cedro, nonché la Diavolicchia, con peperoncino diavolicchio di Diamante. Un birrificio creativo e inclusivo, fautore di un progetto quale Le Iga di Calabria, alimentato dalla collaborazione con alcune cantine regionali, al fine di dar voce ai mosti di differenti vitigni autoctoni: dal greco nero (vinificato in bianco) della tenuta (di Catanzaro) Statti al pecorello della tenuta (di Cosenza) Spadafora; dal magliocco canino della tenuta (di Vibo Valentia) Casa Comerci al gaglioppo delle tenute (di Crotone e di Reggo Calabria) Librandi e Antonella Lombardo.
Una cena corale
E sono stati proprio i vini pétillant (da metodo ancestrale) – Fantasia (da greco bianco) e Non Sense (rosato da magliocco canino) – di Casa Comerci ad aprire la cena galante alla Tenuta Torre Vedera di Camini, chiosa polifonica del Bob Fest. Per un’ennesima celebrazione della Calabria connection. Una regione volitiva, che nei calici ha versato nettari e cocktail, spaziando dall’Eucalyptus Negroni firmato Giacomo Giannotti (del Paradiso di Barcellona) al Cirò Bianco della cantina Vumbaca (che non solo fa parte di Fivi, la Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti, ma aderisce alla Cirò Revolution, movimento di viticoltori cirotani); dal Rosato Bivongi (greco nero, gaglioppo e calabrese) della Cantina Lavorata al drink (cetriolo, mela verde, mezcal e olio di sesamo tostato) by Dom Carella; dall’Autoritratto (100% mantonico) di Antonella Lombardo all’Esmén Tetra (nerello mascalese e nerello cappuccio) della Tenuta del Travale, sino al drink targato Umberto Oliva, capace di combinare greco bianco, sherry fino e rum giamaicano. Mentre il sestetto di chef calabresi – Luca Abbruzzino, Antonio Biafora, Caterina Ceraudo, Luigi Lepore, Nino Rossi e Riccardo Sculli – mandava in scena una jazz session all’insegna polpo, olive, peperoni e cipolle, attualizzando memorie e usanze familiari, e i guest chef Marco Ambrosino, Floriano Pellegrino, Francesco Stara, Gianfranco Pascucci, Errico Recanati e Nino Di Costanzo portavano a tavola la loro identità più profonda. A suggellare il tutto? Il dessert messo a punto da Belu Melamed e Mauro Pompili; e i petit four iper local a cura di Morè. Anche se i lievitati non sono mancati. Pane (anche di segale con bergamotto e basilico) realizzato dal romano Francesco Arnesano; e pizza fina (con stracciata di bufala, pomodoro cuore di bue grattato, limone e origano ischitani e prosciutto di suino nero aspromontano) targata Ivano Veccia. Intanto? Bob Davanzo e Massimiliano Prete davano forma a un evocativo Bacio di Calabria. Un emblematico incontro fra nord e sud: una fragrante conchiglia sfogliata, fiera di accogliere battuta di manzo, porcini arrosto affumicati, spuma di nocciole di Cardinale e polvere di cacao. Un bacio di dama. Ma salato, concesso dopo un tuffo nel Jonio.
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